No frutto? No tralcio!

dalla predicazione del 13 Ottobre 2013

Lettura da Matteo 3:1-12 

Il testo che analizziamo oggi è severo, a tratti, persino apparentemente poco rispettoso. Tuttavia denuncia una realtà: l’ipocrisia religiosa. I religiosi tradizionalisti amano apparire ma non solo, presentano la dottrina ma non la ritengono nel loro cuore e non la praticano. Non offrono perciò un servizio accettevole al Signore.

 

I magi presentarono doni a Gesù: oro all’uomo, incenso al Dio e mirra al Re. Alcuni, per suffragare il riconoscimento del Signore da parte di questi astrologi pagani, fanno proprio questo simbolismo. E noi quale frutto presentiamo al cospetto del nostro Dio? Coloro che si pregiano di detenere la conoscenza, possono in buona coscienza adempiere il perentorio consiglio di Gesù: “… se sapete queste cose siete beati se le fate!”(Giovanni 13:17) Se la conoscenza rimane teoria risulterà meramente come dei “cembali risonanti”(1 Corinzi 13:1). Il frutto che offerto al Signore è consequenziale al modo di credere. Gesù, infatti, dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti affinché andiate e portiate frutto ed il vostro frutto sia permanente” (Giovanni 15:16). Per questo sceclie i Suoi, non per costituire un esercito di beati! In primo luogo è necessario nascere di nuovo: “se il granello di frumento non muore, rimane solo, ma se muore porta molto frutto” (Giovanni 12:24). In secondo luogo dimorare in Cristo: “Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me.” (Giovanni 15:4). Queste sono due condizioni essenziali, non solo per essere approvati ai Suoi occhi, bensì per offrire a Dio un frutto che Gli sia gradito, un frutto alla Sua gloria che esprima l’opera dello Spirito Santo. Santificarsi significa vivere in aperto contrasto con il maligno e vincere la sua forza. E’ possibile vivere una vita piena, ricca, esuberante, vittoriosa ed in pace perché Gesù vive dentro di noi. Leggiamo, infatti, in Matteo 5:16: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”. Quando portiamo questo frutto all’Altare, Satana è sconfitto. Il testo preso in esame al v. 8 recita: “fate frutti degni del ravvedimento”. Il Signore non chiede sacrificio, bensì misericordia. Umiltà e sottomissione a Lui sono due aspetti del carattere cristiano che Dio desidera che ogni cristiano esprima con il proprio comportamento. Ravvedimento significa comprendere di star sbagliando e correggere la condotta. E’ necessario ammettere la propria condizione di peccatori e chiedere aiuto a Dio per cambiare. Certo è che, sebbene questa sia un’opera squisitamente dello Spirito Santo, è assolutamente necessaria la collaborazione individuale a questo lavoro, per quanto di competenza. La testimonianza parla per il credente: Così come ad Antiochia il popolo vide l’opera di Paolo e dei suoi confratelli e per la prima volta furono chiamati “Cristiani”, così anche il nostro operare potrà essere la discriminante per farci riconoscere figli di Dio dal nostro prossimo. Leggiamo, infatti, in Matteo 13:33: “O fate l’albero buono e buono pure il suo frutto, o fate l’albero cattivo e cattivo pure il suo frutto; perché dal frutto si conosce l’albero”, ed in Luca 6:44: “perché ogni albero si riconosce dal proprio frutto; infatti, non si colgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva dai rovi”. Tuttavia non si intendono qui le mere “buone azioni” di carattere meritorio.

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