Integralisti o integri?

Siamo in questo mondo ma non siamo di questo mondo!” Quante volte abbiamo sentito e/o abbiamo pronunciato noi stessi questa frase? Ben sappiamo il significato di queste parole. Gli uomini e le donne di Dio sono in questo mondo, ma separati da esso ed appartati per un servizio al Signore. Questa è la condizione per la nostra cristiana permanenza terrena: consacrazione e santificazione.

S.p.A.

Quante volte hai letto questa sigla su un quotidiano? Quante volte l’hai sentita al telegiornale? Ebbene, sappi che la prima volta in cui si parla di “S.p.A.” è descritta nella Bibbia! E più precisamente in Genesi 1:26: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza…”. Dal testo evinciamo, che sia il verbo “facciamo” sia l’aggettivo possessivo “nostra”, declinati al plurale, indicano la Trinità occupata in un’azione collettiva! Eccoti servita la prima “Società per Azioni” della storia! Ci avevi mai pensato? L’uomo non inventa mai nulla di suo. Solitamente accade che Dio crei e l’uomo prenda spunto. Desidero prendere un altro spunto di riflessione dal mondo degli antichi Romani, nelle cui radici affondiamo la nostra cultura.

Reputazione a rischio

Quante volte abbiamo sentito parlare dei dodici apostoli. Talune volte a ragion veduta, tal altre a sproposito. “Dodici apostoli” era il nome di un vascello della flotta degli Zar di Russia, ed è persino il nome di un famoso ristorante di Verona. Per quanti, come me, maneggiano le Scritture con malcelata confidenza, i, genericamente, “dodici apostoli” sono: Simone, detto Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo e Giovanni, detti i figli del tuono, Filippo, Natanaele, Matteo, Tommaso, Giacomo il minore, Simone lo zelota, Giuda detto Lebbeo e anche Taddeo, ed infine Giuda l’iscariota. Alla morte di quest’ultimo, si aggiunse Mattia, perché dodici erano stati scelti dal Maestro e dodici dovevano continuare ad essere.

Amori non corrisposti

Non ti stranire, non sei capitato/a alla pagina rosa di una rivista femminile. Tempo fa chiacchieravo di libri con un’amica e mi sono trovata a ricordare un libro, “La città della gioia” di Dominique Lapierre, la cui lettura, a suo tempo, mi aveva molto colpito. Quei pochi che non hanno letto il libro, né visto l’omonimo film di Roland Joffé, sappiano che, la narrazione è ambientata in una bidonville di Calcutta, dove un brillantissimo medico statunitense, in profonda crisi personale e professionale, non solo ritrova se stesso, bensì incontra il suo vero io, scoprendo che la vera ricchezza è condividere la povertà con amore.

Desideri, bisogni e bucce di pere

Tutti noi conosciamo la storia di Pinocchio. Se ci fermiamo un momento a pensare, ecco riemergere dai nostri ricordi d’infanzia, le figure del nasuto burattino, di Geppetto, della Fata Turchina, del Gatto e la Volpe, di Mangiafuoco, di Lucignolo, del Grillo Parlante… Alcuni personaggi contemporanei dello spettacolo hanno addirittura rivisitato il racconto in chiave moderna adattandolo ad un pubblico adulto. In una celebre versione televisiva di qualche anno fa, è presentato un episodio, sconosciuto ai più: quello delle pere.

Storie di criceti e nuovi poveri

cricetoHo origini friulane, da piccola ho vissuto per lunghi periodi con i miei nonni in un piccolo paese di montagna e come pet ho avuto un caprettino che correva con me in un prato senza confini. Ho imparato a riconoscere il trascorrere del tempo vedendo colori e sentendo profumi diversi a seconda dell’alternarsi delle stagioni. Ho camminato per strade sterrate a doppio senso senza marciapiedi, alle quali ho associato, per molto tempo, il senso di libertà. Per questo non riesco ad apprezzare il cuore pulsante della metropoli, mi risulta irrimediabilmente tachicardico. Sono passati molti anni, ma ancora non mi abituo a vedere il filo dell’orizzonte intrappolato tra case, palazzi, torri; il verde pubblico soffocato da umani tracciati, sordo al richiamo della natura; l’aria silente, orfana di profumi.

E lo chiamarono beato…

E’ cronaca di questi giorni, la beatificazione di Karol Wojtyla. Se un milione e mezzo di pellegrini era in San Pietro, proprio non si possono contare le persone che hanno assistito alla cerimonia attraverso i mass media tradizionali ed il web. Non posso negare di essere stata un tempo, in certo modo, affascinata dall’uomo Wojtyla. L’ho sempre considerato un uomo straordinario, nel senso di “fuori del comune”. Grandissimo comunicatore, padrone dei propri mezzi e loro buon utilizzatore, a perseguimento dei propri obiettivi. Efficacissimo attore del suo personaggio. Ottimo capo di stato. Esempio per i politici di mestiere. Per taluni odierni mestieranti della politica e della religione, possedere anche una sola delle caratteristiche della sua personalità, è ambìto, quanto insperato, traguardo. Tuttavia, pur consapevole della mia impopolarità, affermo: nulla più di questo. Nulla di divino. Nulla di “aureolabile”.

Navigazioni, derive, naufragi …

Per una dattilografa dilettante come me, allieva di un’Olivetti 22 del 1948, utilizzare, con dissimulata disinvoltura, un laptop di penultima generazione, è già un successo! Tuttavia è la forma mentis a tradirmi: vocaboli quali portale, navigazione, rete, mi evocano ingressi di templi, caravelle colombiane, battute di pesca … Ad ogni buon conto, devo rassegnarmi: nell’arco di dieci anni, chi non sarà in grado di muoversi in autonomina nel mare magnum dell’etere informatizzato, sarà considerato analfabeta. Non ho competenza alcuna per stilare un manuale di regole del tipo “nella rete, senza rete …?”, d’altro canto, se non desidero rimanere a terra, non intendo derivare, né tantomeno naufragare!

Nozze reali

Il “royal wedding” del rampollo di casa Windsor d’Inghilterra è stato al centro del più modaiolo gossip e del più raffinato bon ton. Da un lato millenovecento selezionatissimi invitati che hanno dato sfoggio di ricchezza e cromatica eccentricità, dall’altro, un rigido protocollo, culminato con l’inchino reverenziale degli sposi alla regina in segno di ubbidienza e sottomissione. Teatro dell’evento, la splendida Westminster Abbey. Seguito non solo in Gran Bretagna, bensì in tutto il mondo, è stimato essere l’evento mediatico della storia della comunicazione audiovisiva: audience raddoppiata rispetto alla cerimonia dei genitori nel 1981, naturalmente grazie al web. Non posso negare di essere stata anch’io, almeno per una parte, sensibile all’avvenimento, non tanto per clamore e fasto, quanto piuttosto per eleganza e bellezza. Qualcuno ha detto che dal ventesimo secolo in poi, sarebbero sopravvissute solo cinque vere regine: quattro sulle carte da gioco e “the Queen”, la regina d’Inghilterra. “God saves the Queen!”, parrebbe d’obbligo!

Nomadi o stanziali? Prove d’integrazione

Non credo affatto che, solo per il fatto che non se ne parli più come qualche tempo fa, l’emergenza Rom sia stata realmente risolta. Sono piuttosto convinta che, sebbene a riflettori spenti, gli addetti ai lavori continuino, come e più di prima, a combattere quotidianamente tra solidarietà e pregiudizio. L’immigrazione, in parte clandestina, è nuovamente notizia di questi giorni: campeggia sulle prime pagine dei maggiori quotidiani ed è titolo di testa di ogni telegiornale.  La storia si ripete inesorabile, quasi a testimoniare che l’uomo non abbia fatto tesoro delle passate esperienze. Oggi, a far triste scuola, è il turno di Tunisia, Libia e Siria. Libertà negate, oppressioni malcelate dietro fastose parate ammaestrate, sfociano, apparentemente d’improvviso, in guerra civile e, tra vincitori e vinti, dalle rovine, ecco emergere la marea umana dei profughi, vittime sopravvissute, che, come un’onda di riflusso, cercano rifugio, approdando su coste domestiche, credendole, o almeno sperandole, amiche.